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Villa Oldofredi Tadini a Cuneo - Domenico Sanino

Giornata di Studi | 6 giugno 2015 | Sala Milli Chegai | Teatro Iris – Dronero

 

Il Museo Mallé in ricordo di Milli Chegai
Case Museo in Piemonte

 

VILLA OLDOFREDI TADINI A CUNEO
Domenico Sanino

 

 

La Villa Oldofredi Tadini sorge a Cuneo, fuori città. Era la residenza di campagna dei Conti Mocchia di San Michele. Costruita nel sedicesimo secolo attorno alla torre di avvistamento medioevale, poi inglobata nella casa, la villa è ancora circondata da un parco del ‘600 realizzato sul modello dei parchi francesi.
Nel Settecento fu realizzata la cappella addossata alla torre. Questa casa ha subito un grande danno nel 1799 quando i francesi che stavano occupando Cuneo, la distrussero quasi completamente e tagliarono la testa al proprietario, Conte Mocchia di San Michele. Da qua è nata la leggenda familiare che racconta di un fantasma, raffigurato su un quadro sulla facciata della casa, che continua a girare alla ricerca della sua testa. Suo figlio fece raffigurare la testa mozzata in un quadro ora conservato nella cappella del Beato Angelo Carletti.
Chi ereditò la proprietà, il figlio Luigi Conte di San Michele, all’inizio dell’800, vendette il palazzo di città e trasformò questa villa suburbana in residenza permanente. Sposò Maria Oldofredi Tadini, appartenente a una delle più antiche famiglie lombarde con mille anni di storia e feudi sul Lago d’Iseo.
Nel 1848, giunse alla villa il cognato Ercole Oldofredi Tadini, uno dei principale artefici delle cinque giornate di Milano, fuggito con la famiglia dagli austriaci, e vi restò fino al 1859 perché non fu mai perdonato dagli austriaci, non fu mai graziato. La sorella Maria non aveva figli e la villa passò a lui e ai suoi eredi, ecco perché oggi si chiama villa Oldofredi Tadini.
In questa casa si conserva l’archivio dei Mocchia datato a partire dal 1300, l’archivio degli Oldofredi ancora più vecchio, e soprattutto importanti documenti risorgimentali che io ho in parte pubblicato in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia in un libro che racconta la storia della famiglia.

 

Questa casa conserva l’aspetto datogli dai Mocchia all’inizio dell’800 perché gli Oldofredi non l’hanno più modificata; hanno aggiunto arredi e suppellettili ma l’aspetto è rimasto sostanzialmente quello dell’inizio Ottocento. I locali sono quelli del tempo, naturalmente restaurati, sistemati in base alla funzione. Ad esempio, la cucina la continuiamo ad utilizzare, nessuna di queste stanze è museo, tutte le camere sono abitate dalla famiglia. La sala da pranzo non viene utilizzata tutti i giorni ma solo nelle occasioni speciali come a Pasqua e a Natale. Le camere da letto sono rimaste quelle del tempo, accanto allo studio con la biblioteca dove ci sono oltre ventimila volumi; la cappella ancora con tutti gli arredi del ‘700 dove ancora si celebra la messa.
Poi la casa ha visto una successiva generazione di abitanti con la propria storia, parliamo di famigliari che hanno fatto la prima guerra, quelle coloniali o la seconda guerra mondiale, come il generale Tessitore che è stato prigioniero in Russia, un alpino che è riuscito a tornare.

Quando abbiamo deciso di andare ad abitarla stabilmente si è ristrutturata la villa per renderla abitabile secondo le attuali esigenze ma senza modificarne lo spirito e senza trasformare quell’anima che la caratterizza, lasciando i mobili e gli oggetti com’erano stati sistemati nell‘ 800. Noi viviamo in una vera casa museo condividendola con i nostri ospiti e amici. Ripeto, non ci sono stanze museo, è tutta una casa abitata. Ad un certo punto abbiamo deciso anche di aprirla al pubblico, in certe occasioni, e lo si è fatto sempre su temi precisi che potevano essere eventi storici particolari o argomenti di vita quotidiana.
Per esempio, nel 2011, per i 150 anni dell’unità d’Italia, si sono esposti i documenti, gli oggetti e i ricordi di Ercole Oldofredi. Molti di questi sono inediti come il resoconto dell’Associazione per l’emigrazione italiana di cui Ercole Oldofredi era il segretario ed è stato veramente un modo per richiamare l’attenzione di quei pochi visitatori, che poi abbiamo avuto, sul Risorgimento. Ci siamo accorti che le persone venute in visita, conoscevano ben poco del Risorgimento.
In questi casi apriamo quelle camere che possono avere un significato con il tema che stiamo trattando, per esempio la camera di Ercole Oldofredi Tadini tutt’ora utilizzata quando ci sono degli ospiti.

Una altra mostra è stata quella sulle guerre coloniali perché conserviamo una ricca documentazione, ed è un altro argomento che pochi conoscono. E’ chiaro che questi documenti, che in un museo dicono poco, se inseriti nel contesto in cui è vissuto il protagonista, acquisiscono un significato completamente diverso. Far vedere queste cose e chi effettivamente le ha utilizzate è indubbiamente molto significativo.

Durante l’ostensione della Sindone si è deciso di curare una mostra per ricordare il fidanzamento della nonna esponendo gli abiti che erano stati indossati per l’occasione e il menu. Nel 1898 Gerolamo Oldofredi Tadini, che era gentiluomo della regina Margherita e svolgeva attività diplomatiche per conto di Umberto I, presiedette proprio all’ostensione della Sindone. Fu lui che aprì il lenzuolo e poi lo chiuse, misurò con questo metro che è conservato in casa la lunghezza del lenzuolo della Sindone, autorizzò la prima fotografia della Sindone che qui è conservata. Furono esposti tantissimi altri oggetti e ricordi di questo mondo della Sindone.

Molto affascinanti per i visitatori sono le tavole imbandite e le varie raccolte di ceramiche ma perché tutti questi allestimenti sono legati a qualche vicenda o a qualche personaggio. Per esempio, si vede il servizio di piatti del fidanzamento della nonna e noi li abbiamo ancora usati e siamo stati gli ultimi a celebrare un fidanzamento classico con questi piatti; oppure la prima colazione che si faceva dopo la messa domenicale - mia suocera ricorda ancora questo rito di quando lei era bambina. Ecco qui, vedete, un servizio russo legato alla quadrisnonna di origine russa che veniva utilizzato in occasioni speciali mentre per le colazioni delle domeniche abituali si usava questo servizio di Savona.

Per parlare ancora della quotidianità ecco i giocattoli che hanno caratterizzato la vita delle generazioni precedenti, conservati per una serie di fortune e che rappresentano un vissuto e un rapporto familiare. Le ultime che hanno giocato con la casetta che vedete sono state le mie figlie, per cui non vengono esposti oggetti generici ma quelli che rappresentano un vissuto familiare.
Abbiamo una prova della bontà della scelta dal giudizio degli ospiti, perché la nostra casa non ha le dimensioni di un castello o la freddezza di una dimora così detta storica. E’ una casa che si “sente” abitata tutti i giorni, vissuta con amore e dedizione, che continua a vivere nel ricordo del passato, ma anche nella speranza di trasmettere ad altri la percezione di ciò che hanno fatto le generazioni che ci hanno preceduto. Tutto ciò ci costa in termini economici, di impegno e fatica, ma crediamo sia importante continuare a farlo. E non per noi stessi, perché riteniamo che un bene “privato”, qual è una casa museo o una dimora storica, sia un bene della collettività, perché tra queste mura emergono pagine importanti della storia che è patrimonio di tutti. Per questo vanno conservate e fatte conoscere.
Consentendomi una nota dolente: in questa nostra battaglia siamo soli perché le istituzioni non credono nel ruolo che queste dimore, così cariche di storia, possono esercitare sul territorio, sul patrimonio di una città.

 

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