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Milli Chegai: un ricordo personale - Andrea Bissi

Giornata di Studi | 6 giugno 2015 | Sala Milli Chegai | Teatro Iris – Dronero

 

Il Museo Mallé in ricordo di Milli Chegai
Case Museo in Piemonte

 

MILLI CHEGAI: UN RICORDO PERSONALE

Andrea Bissi

 

 

Io vi chiedo subito scusa perché il mio brevissimo intervento sarà una caduta di tono e di stile, io sono lontano dal mondo dell’arte creativa e pittorica. Quando mi è stato chiesto di intervenire in questa occasione mi è anche stato chiesto di dare una definizione di che cosa ero, la risposta prima è stata boh non lo so, in realtà ci ho pensato e oggi ho scoperto che cosa ero, in pratica sono qui perché sono stato marito per molti anni di Milli, sono stato collega per lunghi anni nella scuola e devo dire sono stato ammiratore della sua personalità e delle sue capacità da sempre.
Ho conosciuto Milli ormai nel lontano 1970 quando fui spedito a insegnare al conservatorio a Demonte e la incontrai. Lei che arrivava da Genova, sbattuta prima a Stroppo e poi a Demonte, io da buon triestino la prendevo in giro dicendo che era come un acciuga arrivata dalla Liguria ed era diventata poi un prodotto tipico della Valle Maira. Viveva a Dronero e si era inserita perfettamente in quello che era il contesto del mondo dronerese, culturale e di vita, nell’ambiente vero e proprio.

 

Che cosa mi colpì di Milli? Una forte personalità, una passione per il suo lavoro, in quel momento di insegnante, che era tra l’altro nato un po’ come per tutti noi che siamo usciti da un conservatorio, o un'altra cosa, come un momentaneo ripiego. Tutti pensavamo di diventare grandi artisti, grandi chissà che cosa e che poi in realtà era il nostro vero lavoro. Poi mi colpì questo suo straordinario amore per la Valle Maira.
Io triestino arrivato a Cuneo conoscevo ben poco la Valle Maira e lei mi fece scoprire, man mano nel corso del tempo, tutte le ricchezze di questa valle, le ricchezze oltre che naturali anche artistiche, quell’arte che viene sempre considerata povera: piloni ex voto, affreschi. Anche se confesso che a volte, come dicevo in un’occasione precedente, a me e al mio cane sarebbe piaciuto di più correre nei prati che non passare un pomeriggio a fotografare un pilone.
Milli mi fece comunque conoscere con il tempo delle ricchezze che in effetti io non avevo mai considerato sufficientemente, dimostrando un amore che esplose nel vero senso della parola; inizialmente con il Centro Studi, Cultura e Territorio, che si proponeva di valorizzare e di far conoscere tutto quello che di artistico e di bello c’era in valle, poi con la nascita del Museo Mallé e con tutte le mostre dedicate a Dronero, al Borgo rivisitato e alla storia del Comune e della valle.
Io sono un musicista, sono abbastanza lontano dal mondo dell’arte come vi dicevo e pur apprezzando tutto quello che è arte figurativa il mio compito era in genere quello che si definisce in piemontese del “bocia”. Avevo il compito di tagliare, sotto attento controllo, il cartoncino dei quadri, ero quello che doveva provvedere a dar da bere e da mangiare a questa squadra di giovani, oggi non lo sono più tanto evidentemente, che con un entusiasmo veramente indicibile a casa nostra alle sere e nelle notti discutevano, decidevano, ricercavano, producevano. Io ammiravo questo entusiasmo, questa voglia di scoprire e questa voglia di far conoscere il frutto delle scoperte, di valorizzare un mondo che a quell’epoca stava scomparendo o ne correva quanto meno il rischio. Lo stesso entusiasmo, se non ancora maggiore, Milli mise poi nel momento in cui le fu chiesto di gestire quello che era poi l’apertura del Museo Mallé con l’aiuto di persone capaci quali Elda Gottero, una grandissima amica nel vero senso della parola, Elena Ragusa con la sua competenza, la sua simpatia e di molti altri.

Milli lavorava con una mania, che tra l’altro condividevamo, di perfezionismo. Tutto doveva essere fatto nel modo migliore, nulla doveva essere lasciato al caso. Ricordo con emozione il giorno dell’inaugurazione del Mallé, ricordo la sua felicità e la gioia che le brillava negli occhi. L’ho rivista uno di questi giorni quando mi è stata chiesta una fotografia e ne ho ritrovato una, l’unica fotografia fatta quel giorno. Sentiva il Mallé come una creatura che doveva anche a lei, non solo lei, il fatto di nascere e di diventare un elemento importante nella vita culturale della città.
Questo amore, pur nelle difficoltà dovute soprattutto al sorgere della grave malattia, non l’abbandonò mai. Ancora negli ultimi giorni di vita nel 2004, ormai costretta a letto da una paralisi dovuta proprio alla malattia, continuava a progettare e a pensare a quella creatura che sentiva vitale, capace di crescere anche se sapeva che non le sarebbe stato possibile seguirne l’itinerario futuro, anche se condita da quella rabbia, da quell’amarezza che compariva in quell’articolo che Elda fece pubblicare e che forse oggi, come diceva Mario prima, potrebbe essere un po’ meno amaro e un po’ meno triste.

I rapporti tra me e Milli non furono sempre facili, a un certo punto della vita prendemmo strade diverse, ciò che non venne mai meno fu il rispetto che io provavo nei suoi confronti anche se operavamo in ambiti molto diversi. La stimavo innanzitutto come un eccellente insegnante, una di quegli insegnanti che come Elda non si preoccupava soltanto della crescita culturale dei ragazzi ma anche della loro crescita umana. La stimavo come organizzatrice scrupolosa, direi affettuosa, delle attività connesse ai suoi diversi ruoli nel Centro Studi poi con il Mallé e, perdonatemi, l’ammiravo e la stimavo come artista cioè come produttrice di arte perché si limitò, anche se si limitò a mio parere a torto, a produrre poche piccole cose che conservo gelosamente. Vedevo in lei delle capacità che a mio avviso erano notevolissime, anche se lei era convinta che esistano già talmente tante opere nel mondo dell’arte che non è il caso di intasare con altre cose e valga di più la pena di far conoscere l’esistente.
Tanto per capirci, personalmente come musicista non ho mai sentito la necessità di mettermi a scrivere delle cose avendo alle spalle personaggi come Johann Sebastian Bach, con l’intento di produrre delle cose che sicuramente sarebbero state molto, molto meno interessanti e molto meno valide, probabilmente Milli pensava che o si è Klee o Kandinskij o tanti altri, oppure valga molto di più la pena cercare di far conoscere queste cose ed è quello che per tutta la vita fece da questo punto di vista. Sono comunque convinto che non fosse soltanto una divulgatrice, un’educatrice, ma che fosse anche in grado di produrre delle cose e personalmente, come persona incapace di tracciare anche una riga diritta, ammiravo molto il suo tratto nel disegno e le poche volte in cui si metteva e lo faceva.
Credo, e concludo, nel poter dire che nell’operato di Milli ho sempre trovato la messa in opera di quanto una volta disse un mito della musica, Claudio Abbado, il quale espresse con parole molto semplici ma efficaci: “tutto quanto fai per dovere o per tuo piacere, per tuo diletto, cerca di farlo nel modo migliore” e questa fu una cosa che a mio avviso lei fece sempre.

In ultimo io vorrei ringraziare a parte Elda, la sua grande amicizia, poi Elena, Mario, la dottoressa Mulatero con l’augurio che il Mallé abbia veramente una lunga vita. Ringrazio Mario per le bellissime parole che ha usato e per avermi ricordato quell’articolo che fu pubblicato. Vorrei ringraziare l’Amministrazione Comunale che ha saputo e voluto cogliere questa occasione per celebrare una persona che ha dato molto alla cultura dronerese, è un ringraziamento sentito soprattutto perché proviene da uno che ha sempre avuto molte critiche nei confronti delle amministrazioni per un certo disinteresse, e uso veramente un eufemismo, nei confronti di chi ha operato per la collettività.
Credo francamente che oggi Milli se potesse vedere la testimonianza di affetto e l’attestato di stima alle parole del rilancio del Museo Mallé si aprirebbe a uno di quei sorrisi che potete vedere nel quadro che c’è nella foto, quel sorriso che molti ricordano con molta emozione, grazie.

 

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